L’ultimo rapporto annuale del Deloitte IA Institute, “State of IA in the Enterprise 2026”, mostra un‘accelerazione nell’adozione dell’IA nelle aziende, ma evidenzia anche un divario ancora ampio tra chi (grazie a questi strumenti) sta trasformando il proprio modello di business e chi, invece, si ferma alla fase della sperimentazione.
Scopriamo insieme alcuni dei dati e delle conclusioni del report, basato su oltre 3200 interviste a figure dirigenziali in 24 paesi
Nell’arco di un solo anno, la quota di lavoratori con accesso a strumenti di IA aziendali è cresciuta del 50%, passando da meno del 40% a circa il 60%. Un’espansione significativa, ma che non si traduce automaticamente in valore produttivo: tra chi ha accesso agli strumenti, meno del 60% li usa con regolarità nel proprio flusso di lavoro quotidiano. Il dato, rimasto sostanzialmente invariato rispetto al 2025, suggerisce che il nodo non è più la disponibilità delle tecnologie, ma il loro utilizzo concreto (e scalabile) all’interno dei flussi di lavoro.
Il passaggio dai “progetti pilota” alla produzione continuativa attraverso l’utilizzo costante dell’intelligenza artificiale resta il passaggio più critico; i dati sono in questo senso molto chiari: solo il 25% dei partecipanti alla survey ha già portato almeno il 40% dei propri esperimenti IA in produzione, ma il 54% dichiara di volerlo fare nei prossimi tre-sei mesi. Questo scarto riflette una difficoltà strutturale: ciò che funziona negli ambienti più piccoli, con team ridotti e informazioni facilmente controllabili, incontra ostacoli ben diversi quando si tratta di integrarlo all’interno di sistemi più complessi, rispettando tutti i requisiti di sicurezza necessari e mantenendo le performance su scala di cui parlavamo poco fa.
Il fenomeno ha un nome preciso: “pilot fatigue”: come indicato nel report, senza una strategia coerente le organizzazioni rischiano di inseguire continuamente il progetto successivo senza mai capitalizzare su quanto già costruito.
L’IA sta già producendo risultati misurabili sul fronte dell’efficienza operativa. Il 66% delle organizzazioni intervistate dichiara di ottenere miglioramenti nella produttività, e il 25% delle persone ai vertici delle aziende afferma che la tecnologia ha già avuto un effetto trasformativo sull’azienda (più del doppio rispetto al 12% registrato un anno prima). Eppure, la distinzione tra chi usa l’IA per ottimizzare i processi e chi la usa per reinventare la propria realtà resta netta.
Secondo il rapporto, solo il 34% delle aziende sta usando l’intelligenza artificiale per trasformare in profondità prodotti, processi e modelli di business. Un ulteriore 30% sta ridisegnando i processi chiave attorno alle nuove capacità, ma senza rimettere in discussione il modello sottostante. Il restante 36% si limita a un uso superficiale, senza modifiche rilevanti ai processi esistenti.
A confermare questo trend il fatto che la crescita di fatturato attraverso l’utilizzo dell’IA, che il 74% delle aziende si aspetta di raggiungere, è oggi realtà solo del 20%.
Nonostante le previsioni di automatizzazione dei ruoli (il 36% delle aziende si aspetta che almeno il 10% dei propri ruoli venga automatizzato entro un anno, quota che sale all’82% nell’orizzonte triennale), l’84% delle organizzazioni non ha ancora ridisegnato i propri ruoli lavorativi in funzione delle capacità dell’IA. La maggior parte si concentra sulla formazione per aumentare la cosiddetta “AI fluency“, ma poche stanno ripensando percorsi di carriera, strutture organizzative e modelli operativi.
Il problema è duplice. Da un lato, le competenze insufficienti dei lavoratori sono indicate come il principale ostacolo all’integrazione dell’IA nei flussi di lavoro. Dall’altro, meno della metà delle aziende sta apportando cambiamenti significativi alle proprie strategie del personale.
Nonostante la rapida evoluzione dell’AI, le organizzazioni mostrano livelli di preparazione molto diversi a seconda dell’area di intervento considerata. Secondo il rapporto Deloitte, la quota di aziende che si ritiene altamente preparata è:
Il dato sui talenti è quello che scende di più, e riflette una difficoltà strutturale: modernizzare competenze e sistemi alla velocità con cui l’IA evolve resta la sfida più concreta.
In questo contesto, Perazza ha già integrato nel proprio processo di lavoro una serie di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale: dalla SEO all’analisi semantica, dalla grafica alla gestione dei dati strutturati.
Si tratta di strumenti che supportano e rafforzano la produzione dei contenuti, accelerando alcune fasi operative e ampliando la capacità di analisi. Il lavoro “umano” (creativo, editoriale e strategico) resta però al centro: è infatti questa componente a definire gli obiettivi, interpretare i dati, costruire ogni progetto e garantire la qualità del risultato finale.