L’intelligenza artificiale sta cambiando molte cose: il modo in cui lavoriamo, creiamo, produciamo… e cerchiamo informazioni. In questo senso, l’introduzione di AI Overview e AI Mode all’interno della ricerca Google sta contribuendo a modificare in modo sostanziale non solo il modo in cui gli utenti si interfacciano con questo (e altri) search engine, ma anche il rapporto tra motore di ricerca, contenuti e traffico verso i siti web.
Le risposte generate dall’intelligenza artificiale, sempre più presenti soprattutto nelle query informative, intervengono direttamente nel percorso dell’utente, anticipando informazioni che in passato richiedevano il clic su una o più pagine esterne. Questo cambiamento ha conseguenze dirette sulla SEO, sulla visibilità dei contenuti e sulla distribuzione del traffico organico, fattore che sta imponendo a editori, aziende e professionisti del digitale di riconsiderare metriche, strategie e obiettivi che fino a poco tempo fa risultavano essere fondamentali per comprendere il reale andamento del proprio portale web.
Comprendere come funzionano queste nuove (scusa per la ripetizione) funzionalità, quale impatto hanno sulle SERP e in che modo i contenuti possono continuare a emergere all’interno di un contesto di ricerca sempre più filtrato dall’IA diventa quindi un passaggio centrale per interpretare l’evoluzione del posizionamento online.
Ne parliamo in modo approfondito nelle righe che seguono.
Nell’ultimo anno, Google ha introdotto anche in Italia nuove funzionalità basate sull’intelligenza artificiale generativa integrate nella ricerca: AI Overview e AI Mode. Gli AI Overview sono, come suggerisce il nome, dei brevi riassunti generati da Gemini che compaiono in cima alla pagina dei risultati di Google (SERP) per alcune query, di norma a stampo informativo, e forniscono una risposta sintetica con link alle fonti web più rilevanti.

Come si può vedere anche dall’immagine qui sopra, gli AI Overview affiancano i normali risultati “blu” della ricerca: la lista di link organici rimane visibile sotto il riassunto generato dall’IA(e, ovviamente sotto le eventuali sponsorizzazioni, che vengono spostate a loro volta più in basso!). Google li mostra solo quando ritiene che possano offrire un beneficio aggiuntivo rispetto alla ricerca tradizionale, ad esempio per aiutare l’utente a capire subito un argomento complesso o una domanda più articolata.
L’AI Mode, invece, rappresenta un’esperienza di ricerca interamente alimentata dall’intelligenza proprietaria di Google, simile a un chatbot integrato in Google Search stesso.

Quando l’utente attiva l’AI Mode (ad esempio selezionando la scheda “AI” nella Search o usando l’indirizzo dedicato g.ai) e chiede ciò di cui ha bisogno, la SERP tradizionale viene sostituita da una risposta generativa completa con citazioni, eliminando i dieci link blu tradizionali. In pratica, AI Mode fornisce risposte in stile ChatGPT direttamente nella ricerca Google, con la possibilità di fare domande di follow-up utili ad approfondire la conversazione con l’IA per tutto il tempo necessario. A differenza degli Overview (che appaiono automaticamente sopra i risultati), l’AI Mode richiede un’azione dell’utente per essere utilizzato (clic sulla scheda AI o altra interazione); è pensato per le ricerche in cui servono ragionamenti più complessi, confronti dettagliati o passaggi multipli, così da offrire all’utente informazioni con una modalità conversazionale e, per sua stessa natura, interattiva.
Viste le caratteristiche delle due modalità, cerchiamo ora di capire quali siano le principali differenze tra loro.
Per cominciare, pur mostrando entrambi contenuti generati dall’intelligenza artificiale con riferimenti alle fonti, l’AI Mode è un ambiente a sé stante, senza l’elenco di risultati organici, mentre gli AI Overview compaiono insieme ai risultati tradizionali nella pagina principale.
Inoltre, sul piano tecnico l’AI Mode sfrutta un approccio di “query fan-out” più esteso: questa modalità scompone la richiesta dell’utente in sottodomande e lancia molteplici ricerche contemporaneamente (anche decine di query in parallelo) per trovare informazioni pertinenti; questo consente di attingere a un ventaglio più ampio di fonti web e, dunque, di produrre una risposta articolata. Gli AI Overview utilizzano anch’essi il fan-out (seppur in forma più limitata) per arricchire il riassunto, ma vengono mostrati solo se possono aggiungere valore oltre a ciò che offrirebbero i normali risultati; in questo senso, Google ha dichiarato che gli Overview vengono attivati tipicamente per query lunghe, domande o temi complessi, mentre per le ricerche semplici o molto brevi spesso non compaiono affatto.
Volendo sintetizzare queste differenze, le AI Overview sono riassunti on-demand del motore di ricerca (attivati automaticamente quando opportuno) che completano la SERP, mentre l’AI Mode è una modalità dedicata in cui l’utente sceglie di entrare per ottenere un’esperienza di ricerca totalmente basata sull’intelligenza artificiale (con capacità estese di ragionamento, multimedialità e interazione).
Google considera queste funzionalità un’evoluzione importante della ricerca, con gli utenti che le utilizzano tendono a essere più soddisfatti e ad effettuare più ricerche complesse su Google. Un’affermazione confermata dai dati: nei mercati principali (es. USA, India) Google ha registrato +10% di utilizzo in più per le tipologie di query in cui vengono mostrati gli AI Overview.
Una delle maggiori preoccupazioni della comunità SEO riguarda l’impatto che queste funzionalità basate sull’intelligenza artificiale avranno (anzi, in realtà stanno già avendo) sul traffico organico verso i siti web. I dati finora suggeriscono un calo significativo dei clic verso i risultati tradizionali quando l’AI interviene con una risposta diretta: in altre parole, gli utenti tendono a cliccare meno sui link organici se trovano già la risposta sintetizzata dall’AI in cima alla pagina.
Studi recenti hanno provato a quantificare questo questo fenomeno. Secondo un’analisi di Seer Interactive su migliaia di query e milioni di impressioni, la presenza di un AI Overview in SERP ha portato il CTR (click-through rate) organico medio da circa 1,76% a solo 0,61% (un calo del 61% delle percentuali di clic). Allo stesso modo, anche i clic sugli annunci a pagamento sono crollati su queste pagine (CTR paid passato da ~19,7% a 6,34%, con una flessione del 68%).
Un’indagine separata del Pew Research Center ha rilevato che appena 8% degli utenti che visualizzano un riassunto AI cliccano poi su un risultato tradizionale, circa la metà rispetto al tasso di click registrato quando non è presente alcun riassunto generato da Gemini. In più, oltre un quarto delle ricerche con AI Overview si conclude senza alcun click a nessun risultato (l’utente ottiene la risposta e interrompe la navigazione), contro circa il 16% di “zero-click” quando la pagina mostrava solo risultati classici. In sostanza, le cosiddette ricerche a clic zero sono in aumento: l’intelligenza artificiale generativa spesso soddisfa immediatamente l’intento informativo dell’utente, riducendo la necessità di visitare altri siti (e, questo, nonostante l’avviso che l’IA può generare errori, e che bisognerebbe verificare comunque la correttezza delle informazioni).
Di conseguenza, molti siti web stanno registrando cali di traffico organico sulle query dove interviene l’IA. Diversi professionisti SEO hanno segnalato perdite dal 20% fino al 60% del traffico organico su alcune pagine chiave da quando gli AI Overview sono entrati in gioco. Un caso citato nel settore riguarda ad esempio il framework Tailwind CSS, che avrebbe visto un calo di circa 40% del traffico verso la propria documentazione in concomitanza con l’arrivo di risposte AI (un impatto tale da costringere l’azienda a ridimensionare drasticamente il team).
Complessivamente, i click organici su Google stanno in generale diminuendo, anche al di là dei casi con AI Overview. La ricerca di Seer Interactive mostra infatti che, persino sulle query senza riassunto AI, i CTR organici medi sono scesi di oltre il 40% anno su anno. Ciò suggerisce che il fenomeno sia generalizzato, con gli utenti hanno iniziato a cliccare meno “ovunque”, probabilmente perché iniziano a rivolgersi a risposte fornite da piattaforme basate sull’intelligenza artificiale o perché stanno cambiando abitudini di ricerca (ad esempio utilizzando direttamente tool come ChatGPT, oppure formulando query più specifiche alle quali Google risponde attraverso l’AI Overview in SERP, senza necessità di cliccare).
Come nota Danny Goodwin di Search Engine Land, il traffico perso non sta tornando indietro: questo trend obbliga a ripensare le metriche di successo in ambito SEO, spostando il focus dai click alla visibilità complessiva e alla presenza del brand nei risultati generati dall’intelligenza artificiale.
Dall’altra parte, Google sostiene che i clic che arrivano dalla AI Overview sono più qualificati di quelli classici: i dati interni di Big G indicano che quando l’utente clicca su un link presente in un risultato frutto dell’intelligenza artificiale, tende a spendere più tempo sul sito, segno che quell’utente ha trovato esattamente ciò che cercava. In pratica l’IA agisce da filtro, propone link molto pertinenti rispetto al tipo di ricerca effettuata, e chi li segue è parte di un pubblico più interessato.
Questa osservazione combacia con alcune evidenze raccolte da diverse aziende: ad esempio, NerdWallet (noto sito finanziario) ha riportato nel 2024 un calo di circa 20% nel traffico organico mensile, ma contemporaneamente un +35% di ricavi nello stesso periodo. Analogamente HubSpot ha visto diminuire le visite al sito (ben -140 milioni nel 2024) pur continuando a crescere in fatturato e lead, attribuendo ciò al fatto che il traffico perso era probabilmente quello meno pronto alla conversione, mentre le visite che ancora arrivano tramite ricerca Google sono le più interessate e propense all’azione.
Questi dati suggeriscono dunque una realtà più sfumata di quella che ci poteva aspettare: meno traffico non equivale necessariamente a meno risultati di business, se quel traffico diventa mediamente più qualificato. Le aziende dovranno quindi adeguarsi a valutare il successo SEO con parametri nuovi (ad esempio conversioni, engagement, valore per visita, durata della visita, durata media del coinvolgimento) oltre al semplice volume di visitatori e di click (che, in questo senso, diventano definitivamente delle vere e proprie vanity metrics, se valutate da un punto di vista del valore assoluto).
Oltre a cambiare il modo in cui gli utenti effettuano le proprie ricerche online, l’AI Overview e l’AI Mode di Google cambiano radicalmente le dinamiche della SERP. Oggi, infatti, la classica competizione per la prima pagina di Google assume una nuova forma: non basta più puntare alla top 10 organica, ma occorre essere tra le fonti citate dall’intelligenza artificiale!
In AI Mode, questa distinzione è ancora più netta: poiché in questa modalità non viene mostrato alcun risultato organico standard, o il proprio sito viene incluso tra le citazioni dell’IA oppure non apparirà nella risposta. I pochi slot disponibili nella risposta generata dall’intelligenza artificiale (da 1 a 3 link) diventano l’unica vetrina per comparire, e solo cliccando manualmente su un pulsante come “Mostra tutti” l’utente potrebbe vedere ulteriori link correlati.
Nel complesso, la visibilità organica tende a ridursi: anche se il vostro sito avrebbe potuto posizionarsi tra i primi risultati della SERP classica, in AI Mode rischia di non essere mostrato affatto a meno che non venga selezionato dal modello come uno dei riferimenti più rilevanti. Negli AI Overview (che appaiono sopra i risultati tradizionali) l’effetto è meno drastico, poiché i 10 risultati classici rimangono comunque presenti; tuttavia, anche qui l’attenzione dell’utente viene catalizzata dal riquadro IA in cima alla pagina, e molti potrebbero non scorrere oltre.
Gli studi mostrano che i siti citati direttamente nel riassunto IA ne traggono vantaggio competitivo: ad esempio, le aziende menzionate dentro un AI Overview ottengono in media +35% di clic organici rispetto a quelle non citate nelle stesse query (qui la fonte completa). Essere inclusi significa comparire immediatamente come fonte autorevole nella risposta sintetica, aumentando la probabilità che l’utente scelga il vostro link. Viceversa, se non si è tra le fonti citate, si rischia di venire scavalcati anche da siti meno noti che però l’intelligenza artificiale ha selezionato per quel tema.
Va aggiunto inoltre che la tipologia di query influisce sulla presenza degli AI Overview e, quindi, sulla visibilità dei contenuti. Le ricerche più “lunghe” (dette anche conversazionali o informazionali) attivano molto più frequentemente i riassunti IA: secondo il Pew Research Center (già citato nelle righe precedenti), solo l’8% delle query di 1-2 parole genera un AI Overview, ma la percentuale sale al 53% per query di 10 parole o più, e addirittura il 60% delle ricerche formulate come domande (“chi / che cosa / quando / come / dove / perché…) producono una risposta generata da Gemini. Questo significa che i contenuti che mirano a intercettare query lunghe o domande specifiche (tipicamente articoli informativi, guide, Q&A) sono quelli più esposti all’inclusione nell’AI Overview e quindi anche al potenziale calo di visibilità organica diretta se non vengono citati. Al contrario, per ricerche molto brevi (di carattere navigazionale), le Overview compaiono raramente, il che lascia intatto il ruolo dei risultati organici tradizionali per quelle query.
Per quanto riguarda le fonti che l’intelligenza artificiale tende a citare, le analisi mostrano che i riassunti di Google attingono spesso a siti ritenuti altamente autorevoli e/o con informazioni strutturate: ad esempio Wikipedia, YouTube e Reddit compongono insieme circa il 15-17% di tutti i link citati negli AI Overview, una quota simile alla loro presenza nei risultati organici tradizionali.
L’IA sembra privilegiare fonti enciclopediche e siti istituzionali (i domini governativi costituivano il 6% dei link nelle risposte, contro il 2% nei risultati classici). Deludente invece la quota di testate giornalistiche: i siti news rappresentano solo il 5% dei link citati nelle overview di Google, una percentuale rimasta invariata rispetto ai risultati organici standard; per gli editori di news, dunque, l’intelligenza artificiale non ha aumentato la visibilità (anzi, la sta già riducendo).
Un ulteriore fattore in evoluzione è la personalizzazione delle esperienze basate sull’intelligenza artificiale, con Google che ha confermato di stare testando la generazione di risposte basate sul comportamento individuale. Ad esempio, se un utente tende regolarmente a non cliccare sui riassunti AI, Google potrebbe mostrarglieli con minore frequenza, continuando invece a presentare più risultati tradizionali; viceversa, se un utente privilegia certi tipi di contenuti (come video), l’AI Overview potrebbe adattarsi mostrando più facilmente risultati video. Questo significa che la visibilità di un sito all’interno di un riassunto generato dall’IA potrebbe dipendere anche dal profilo dell’utente che effettua la ricerca. In ogni caso, queste personalizzazioni sono per ora limitate e Google dichiara di voler mantenere l’esperienza il più coerente possibile per tutti; nonostante queste promesse, si tratta però un aspetto da tenere d’occhio: nell’era dell’AI Search, della GEO e della AEO, questa ulteriore evoluzione potrebbe portare a risultati diversi sia da query a query, sia da utente a utente.
Le implicazioni di AI Overview e AI Mode stanno iniziando a preoccupare editori, blogger, creatori di contenuti, agenzie digitali e aziende in generale; si tratta infatti di realtà che basano una parte importante del loro pubblico (se non tutto) sul traffico proveniente dai motori di ricerca. Se Google fornisce direttamente le risposte ai suoi utenti, quanto sarà ridotta la dipendenza dagli editori terzi? E come potranno i siti continuare a farsi trovare e monetizzare i propri contenuti?
Un primo effetto evidente è la possibile riduzione dei ricavi pubblicitari per i siti che vivono di impression e click. Meno traffico organico significa meno visualizzazioni di annunci, meno lettori che scrollano gli articoli e dunque potenzialmente cali nel fatturato per testate giornalistiche, blog informativi e piattaforme free supportate dalla pubblicità. Alcuni publisher hanno descritto gli AI Overview come una minaccia che “taglia l’ossigeno al web” in quanto tolgono agli utenti il motivo per cliccare ed uscire da Google. Questa metafora, per quanto forte, riflette il timore di un depauperamento del traffico verso l’ecosistema web libero: se la risposta arriva già confezionata da Google, il ruolo dei siti originali (che comunque forniscono i dati all’AI attraverso la loro presenza nel ranking) rischia di venire oscurato; il rischio, soprattutto per chi produce contenuti informativi o risponde a domande frequenti, è che l’IA generi un riassunto completo e il lettore non senta la necessità di approfondire cliccando sulla fonte (cosa che, abbiamo visto, sta già accadendo).
Quello che abbiamo evidenziato è un cambiamento di paradigma nel rapporto tra motore di ricerca e creatori di contenuti, con potenziali conseguenze economiche importanti; non è un caso, dunque, che più di un editore ha iniziato a valutare contromisure: c’è chi ipotizza di limitare l’accesso ai propri testi da parte dei crawler IA (ad esempio usando robots.txt o tag come nosnippet per evitare di essere “riassunti” senza click). Google per ora non offre meccanismi dedicati per escludersi solo dagli AI Overview mantenendo però la presenza nei risultati tradizionali: l’unica strada sarebbe usare gli strumenti standard di opt-out (noindex o blocco snippet), che tuttavia escludono totalmente la pagina dai risultati di ricerca Google. La soluzione? Adattarsi.
Altra conseguenza è la necessità per i business di rivedere sia le strategie SEO, sia le metriche collegate. Tradizionalmente, un aumento di traffico organico rappresentava un indicatore chiave di successo; ora, come anticipato, possiamo assistere al paradosso di aziende che vedono calare le visite ma non i risultati economici (perché le visite perdute erano quelle meno propense alla conversione). Professionisti SEO di alto profilo come Aja Frost di HubSpot suggeriscono di concentrarsi su metriche di visibilità, engagement e share of voice (una metrica di marketing che misura la visibilità e la presenza di un brand rispetto ai concorrenti, calcolata come percentuale delle mention, impression o investimenti pubblicitari totali del settore) nei risultati invece che sul semplice conteggio dei click e/o di visite al sito.
Il concetto di presenza sul percorso di ricerca dell’utente si amplia: anche se chi ha effettuato la ricerca non clicca immediatamente, il fatto che il brand venga menzionato come fonte potrebbe avere un valore nella considerazione a monte del funnel.
Per le aziende orientate alla conversione (lead generation, e-commerce, SaaS), la sfida sarà quella di massimizzare il valore delle visite più qualificate che ancora arrivano al sito web. Come consigliato da John Mueller di Google, conviene focalizzarsi sulla qualità dell’esperienza offerta e sulle conversioni piuttosto che ossessionarsi del calo di volume di traffico. Se la risposta generata da Google manda sul nostro sito utenti meglio informati e più intenzionati all’acquisto, bisogna accoglierli con contenuti di approfondimento, call-to-action chiare, e tutte le informazioni utili a farli compiere il passo successivo (che sia un acquisto, una iscrizione, un contatto, ecc.). Diverse aziende stanno riportando proprio questo trend: meno sessioni ma, in proporzione, più conversioni.
In quest’ottica, alcuni publisher stanno esplorando modelli alternativi come contenuti più interattivi o approfondimenti esclusivi post-click (ad esempio: l’IA fornisce la risposta breve, ma se vuoi i dettagli entri nel mio sito dove ho grafici, tool, video esplicativi che aggiungono valore); altri stanno invece investendo nel rafforzare la fidelizzazione diretta: newsletter, community, notifiche push, tutti canali nei quali Google non fa da intermediario.
In questa situazione in costante evoluzione sorge spontanea una domanda: come si possono ottimizzare i contenuti del proprio sito web per queste nuove modalità di ricerca basate sull’intelligenza artificiale? La buona notizia, almeno secondo Google, è che non esistono requisiti tecnici aggiuntivi né trucchi SEO segreti specifici per AI Overview o AI Mode: le best practice SEO tradizionali rimangono fondamentali anche per comparire in queste esperienze. In altre parole, se il sito è ben ottimizzato per il posizionamento organico classico, è anche nelle migliori condizioni per essere incluso nelle risposte AI.
Google ha esplicitamente affermato che non serve implementare markup speciali, file “AI feed” dedicati o nuove forme di sitemap per l’IA; bisogna invece continuare a curare tutti gli aspetti che rendono un sito autorevole, rilevante e accessibile ai motori.
Di seguito, riepiloghiamo le strategie SEO utili per aumentare le probabilità di essere citati, mantenendo così la visibilità online anche nell’era degli AI Overview/Mode.
Per potere leggere le informazioni, Google deve poter scansionare e indicizzare facilmente il sito. Questo richiede che non ci sia alcun blocco ingiustificato in robots.txt, che le sitemap siano accessibili e soprattutto che le pagine importanti siano raggiungibili tramite una buona struttura di link interni.
Non sono richiesti markup aggiuntivi, ma è bene controllare che l’HTML sia pulito e gli snippet (title/description) significativi, perché l’IA potrebbe utilizzarli per contestualizzare il link.
È importante mantenere inoltre il sito mobile-friendly: un’ottima Page Experience aiuta sia il ranking tradizionale sia a garantire che l’utente avrà una buona esperienza qualora arrivi dall’AI Overview oppure dall’AI Mode.
In ottica IA, vince il contenuto che aggiunge valore reale. I modelli generativi tendono a citare porzioni di testo che forniscono informazioni concrete, dati puntuali, consigli chiari e ben formattati. È quindi consigliabile strutturare i contenuti in modo mirato: usare heading esplicativi, paragrafi brevi, elenchi puntati per punti chiave, e includere dati verificabili o esempi dove possibile. Ad esempio, invece di un testo generico, fornire numeri, studi, passi operativi (“how-to”) aiuta a rendere il contenuto distintivo.
Gli esperti notano che l’intelligenza artificiale, nelle sue risposte, enfatizza l’originalità: se l’articolo contiene un insight esclusivo si avranno maggiori chance che venga ripreso dall’IA rispetto a contenuti molto simili ad altri. In pratica, va evitato il contenuto generico (il cosiddetto “compitino”): si deve puntare su E-E-A-T (Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness – tradotto: Esperienza, Competenza, Autorevolezza, Affidabilità) originali!.
Inoltre è fondamentale pensare alle possibili domande degli utenti: i riassunti creati dall’IA si attivano sulle query in linguaggio naturale, quindi anticipare le domande frequenti (FAQ) e fornire risposte chiare può favorire la tua pagina.
Va considerato anche l’utilizzo di elementi multimediali di supporto (immagini esplicative, infografiche, video) pertinenti con il tema trattato: sebbene l’IA ad oggi citi soprattutto testi, avere una pagina completa di diversi formati di contenuto può incrementare il suo ranking ai fini dei sistemi core di Google (fattore che, indirettamente, la rende più papabile come fonte citabile).
Pur non esistendo uno schema specifico per “dire” a Google come usare i propri contenuti nella generazione di contenuti con l’IA, attraverso standard condivisi come schema.org è possibile esplicitare il contesto del contenuto (ad esempio se si tratta di una news, di un progetto, di una partnership o di un brand) e chiarire le caratteristiche fondamentali di ciascuna pagina (e relativo contenuto).
Questo approccio consente all’IA di andare oltre la semplice analisi testuale, comprendendo la gerarchia delle informazioni e il loro significato semantico. Il risultato è un contenuto più facilmente riconosciuto come autorevole, più riutilizzabile nei risultati di ricerca avanzati, nei riepiloghi generati automaticamente e nelle risposte fornite dagli assistenti intelligenti; fattori che, insieme, aumentando nel tempo visibilità, affidabilità e valore informativo.
Come abbiamo visto, gli AI Overview sono più comuni su query molto dettagliate. Una strategia SEO efficace sarà dunque quella di approfondire gli argomenti chiave del proprio settore, includendo contenuti che rispondano a domande specifiche degli utenti. Strutturare il sito in modo da avere hub tematici con sottopagine dedicate a vari sotto-argomenti può aiutare l’AI a trovare proprio la tua pagina come risposta a una specifica domanda: con contenuti mirati, completi e ben approfonditi aumenteranno le probabilità le pagine del proprio sito spuntino tra i link di supporto nella risposta generativa.
Data l’impossibilità attuale di distinguere i dati relativi ai risultati IA rispetto alla ricerca classica in Search Console (le impression e i click da AI Overview/ AI Mode confluiscono nel totale “Ricerca web”, senza dettaglio separato), è necessario monitorare attentamente l’andamento complessivo del traffico e cercare correlazioni con l’introduzione delle funzionalità legate appunto all’intelligenza artificiale.
Se si notano cali su specifiche query o pagine si dovrà verificare se per quelle ricerche ora appare un riassunto IA (strumenti come SeoZoom stanno iniziando a implementare funzioni di questo tipo, ma anche una ricerca “manuale” può dare risposte interessanti). Come anticipato nei paragrafi precedenti, numero di click, sessioni e visualizzazioni si stanno trasformando in vanity metrics, sostituiti da indicatori come il tempo trascorso nel sito, la durata media del coinvolgimento, il bounce rate e le conversioni: questi dati permettono infatti di capire se si sta intercettando un pubblico di qualità. Ad esempio, si potrebbe scoprire che una pagina riceve il 30% di visite in meno di prima, ma chi arriva compie più spesso un’azione di valore; si tratta di un segnale che la strategia sta funzionando nel nuovo contesto.
Queste nuove metriche dovranno essere ovviamente indicate anche ai propri stakeholder (direzione aziendale, colleghi, clienti), educandoli sul fatto che nell’era dell’IA generativa anche l’analisi delle metriche sta cambiando profondamente; come suggerito da molti consulenti SEO, può essere utile “resettare le aspettative” e spiegare che un calo di traffico potrebbe essere fisiologico, ma ciò che conta è mantenere (o far crescere) i risultati di business ottenuti da quel traffico più scarso ma mirato.
Alcuni esperti propongono di ampliare la visione oltre il solo Google, verso un’ottimizzazione per tutte le piattaforme di ricerca AI emergenti: un concetto che viene ora chiamato “Search Everywhere Optimization” o OmniSEO.
Come suggerisce questa definizione, fare SEO oggi significa considerare che gli utenti non usano solo Google e Gemini, la sua IA, ma anche assistenti come ChatGPT, Bing Chat, strumenti come Perplexity, Meta AI, e chi più ne ha più ne metta.
Le strategie SEO future dovranno quindi includere la presenza su più canali: ad esempio sarà necessario assicurarsi che i propri contenuti siano facilmente reperibili dai chatbot (fornendo magari API o dati strutturati che possano essere letti da questi sistemi), curare il posizionamento su motori di ricerca verticali e sulle piattaforme social (dove l’IA attinge informazioni), e in generale diversificare le fonti di traffico.
L’idea di fondo è “essere trovabili ovunque l’utente cerchi informazione”, senza concentrarsi esclusivamente sul ranking Google classico: sarà proprio questo approccio proattivo a fare la differenza nel captare pubblico aggiuntivo che sempre più spesso sfugge dai canali convenzionali.
AI Overview e AI Mode rappresentano una sfida ma anche un’opportunità. Sfida perché obbligano SEO specialist, editori e aziende a rivedere le proprie strategie di visibilità in un contesto in cui il numero di clic diretti tende a ridursi; opportunità perché aprono nuove possibilità di esposizione del contenuto di per sé: i contenuti realmente autorevoli, chiari e utili possono essere selezionati dall’intelligenza artificiale e messi in evidenza anche con query che, in passato, non avrebbero necessariamente raggiunto le prime posizioni organiche.
La direzione indicata da Google resta comunque coerente, con le pratiche SEO classiche che continuano a essere valide, a condizione che siano orientate alla qualità dell’informazione, all’affidabilità delle fonti e alla pertinenza rispetto all’intento di ricerca.
In questo scenario in rapida evoluzione, diventa fondamentale cavalcare l’onda del cambiamento; per questo Perazza, insieme al proprio team copy, sta valutando e analizzando in modo continuativo l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla SEO, studiando le dinamiche di selezione dei contenuti e le logiche che guidano i risultati generati dall’IA stessa.
Il nostro obiettivo è essere pronti a implementare gli adattamenti necessari, affinché i contenuti continuino a intercettare visibilità anche all’interno delle nuove esperienze di ricerca!